Di seguito il racconto di Rachele Bruno, operatrice di Progetto Emmaus, che il 17 aprile ha partecipato all’assemblea regionale di Federsolidarietà – Confcooperative Piemonte. Il 10 l’11 giugno si è anche conclusa la stagione di rinnovo degli organi di Federsolidarietà a tutti i livelli: Giulia Rosso di Progetto Emmaus, è nella presidenza regionale ed è nel Consiglio nazionale di Federsolidarietà.
Ore 8.00. L’auto è piena. Io, Luca Rabellino, il presidente Alberto Bianco, Giulia Rosso e Francesco Monticone, presidente della cooperativa albese Insieme.
Già il viaggio di andata racconta qualcosa dello spirito della giornata: cooperative diverse che si muovono insieme verso un momento di confronto e partecipazione. Per quanto mi riguarda è stato bello sentirmi chiamata a partecipare e sentirmi “venuta a prendere”, anche se questo ha comportato una deviazione.
Il viaggio è allegro. Ci presentiamo, chiacchieriamo. Francesco racconta che anche lui, come Alberto, fa parte del consiglio di Federsolidarietà, ma che, essendo la sua una realtà molto piccola, spesso non riesce a partecipare perché, se si stacca lui, “tutto il motore si blocca”.
Penso a quanto, in questo periodo complesso, ognuno di noi sia spesso assorbito dal proprio piccolo contesto: organizzare attività, affrontare problemi sanitari sempre più presenti, gestire turni e imprevisti quotidiani. E mi sento grata di poter vivere una mattina diversa dall’ordinario.
Arriviamo a Torino. La location è elegante, la sala conferenze preparata nei dettagli: cartelline sulle sedie, palco, microfoni. Potrebbe sembrare una convention formale, ma basta guardarsi intorno per capire che è qualcosa di diverso. È tutto un salutarsi, abbracciarsi, darsi pacche sulle spalle, chiamarsi a voce alta. C’è il calore delle relazioni.
E poi mi accorgo di quanti siamo. Tantissimi. Mi chiedo: “Siamo davvero così tante realtà in Piemonte?”. Durante la mattinata scopriremo che i partecipanti sono 230, rappresentanti di 56 cooperative. Quasi uno stupore: sì, siamo davvero tanti.
I lavori iniziano. La platea è vivace, poco formale: c’è chi si muove, chi esce per telefonare, chi saluta un collega dall’altra parte della sala. Mi viene da sorridere: anche se molti sono vestiti elegantemente, noi operatori sociali facciamo fatica a stare fermi e composti. Forse perché l’informalità, la relazione e il movimento fanno parte del nostro modo di essere.
Anche gli organizzatori lo dimostrano. Sono giovani operatori sociali che, oltre ai loro carichi lavorativi e familiari, hanno curato la logistica, la parte tecnica, le slide, l’accoglienza. Tutto con passione e creatività. Uno di loro, Federico Aimar, ha progettato delle carte-gioco consegnate ai partecipanti e un’attività grafica per coinvolgere la sala: un modo per alleggerire e creare connessioni.
Vedo nei loro occhi gioia e passione. La creatività e l’accoglienza, a noi operatori sociali, sembrano uscire da tutti i pori.
La parte istituzionale porta il saluto della vicepresidente della Regione Piemonte Claudia Porchietto. È significativo vedere rappresentanti politici che ascoltano e rimangono nel confronto, senza limitarsi a un passaggio veloce.
Poi il lavoro entra nel vivo. Enrico Pesce, presidente di Federsolidarietà Piemonte, mette subito sul tavolo una questione centrale: l’aumento salariale previsto dal contratto nazionale ha un costo del 12,5% in più per le cooperative, mentre i contributi ricevuti coprono solo una parte di questo incremento. Le cooperative si sono quindi fatte carico negli ultimi anni di una quota importante dei costi.
La sua riflessione è netta: “Sono le cooperative sociali che hanno finanziato il welfare negli ultimi anni: milioni spesi per coprire la differenza. La politica deve scegliere cosa fare”.
Poi arriva un’immagine diversa, che mi colpisce: “Ciò che tiene in piedi un bosco non si vede”. E ancora: “Noi cooperative sociali siamo un ecosistema, dobbiamo continuare a coltivare le relazioni tra noi. Solo così continueremo a infittire la rete”.
Parole che mi emozionano. Io, che spesso percepivo il rapporto tra cooperative anche come una competizione per appalti e bandi, mi ricordo che esiste qualcosa di più grande. Certo, le difficoltà e la concorrenza ci sono, ma dentro il mondo cooperativo esiste anche una spinta alla costruzione di un terreno comune.
Pesce conclude con una frase che restituisce senso al lavoro quotidiano:
“Ogni inserimento lavorativo, ogni relazione costruita, ogni fragilità accompagnata non è solo un servizio, è un pezzo di comunità che si consolida. Continuiamo a far crescere il nostro ecosistema”.
Laura Lazzarotto, presidente di Anffas Novara, porta la voce delle famiglie: bisogni chiari e urgenti che spesso si scontrano con burocrazia, liste d’attesa e difficoltà di accesso ai servizi. Il problema, sottolinea, non è solo la quantità dei progetti, ma la loro reale efficacia rispetto ai bisogni.
Ilaria Botta, dei giovani dirigenti di Federsolidarietà, racconta invece la difficoltà di spiegare all’esterno la complessità e la bellezza del lavoro sociale. Usa la metafora della cattedrale: come raccontare a una persona cieca la sua bellezza? La risposta arriva dalla persona stessa: “Prendi una matita e traccia i contorni e i dettagli, disegna la cattedrale con la mia mano sulla tua”. Fare alleanza. Fare insieme.
Marco Demarie, presidente del comitato tecnico-scientifico dell’Accademia del Welfare, richiama un concetto importante: forse non serve “fare di più”, ma “fare più efficace”.
Paolo Venturi, direttore di AICCON Research Center, parla della necessità di costruire nuovi contenitori per un lavoro sociale sempre più complesso e in trasformazione, ricordando anche la condizione difficile dei lavoratori sociali, tra salari bassi e perdita di potere d’acquisto.
Tutti i ragionamenti convergono su una necessità: cambiare il welfare quando quello attuale non riesce più a contenere i bisogni.
Le strade indicate sono diverse: costruire nuovi rapporti con i committenti, immaginare ciò che ancora non esiste, guardare oltre il proprio “giardino”, rafforzare il dialogo con le famiglie, coinvolgere le fondazioni e soprattutto ritrovare orgoglio nel proprio lavoro.
La conclusione della moderatrice è forse la frase che più resta: “Ricontattare l’immaginazione, perché la madre di tutte le crisi è la crisi dell’immaginazione”. 
E noi quella mattina abbiamo davvero ricontattato l’immaginazione. Attraverso le carte ideate da Federico Aimar abbiamo scelto un elemento dell’ecosistema: formiche, api, fiori, farfalle, foglie, insetti. Tante parti diverse di un unico sistema, con funzioni e caratteristiche differenti.
Ci siamo guardati come un ecosistema complesso, vivo, colorato. Forse, se fossimo più consapevoli della nostra bellezza e della nostra importanza, riusciremmo anche a portare più forza le nostre istanze.
Per me questa giornata è stata una boccata d’ossigeno. Durante il buffet avrei voluto parlare con tutti, chiedere: “Di che cooperativa sei? Cosa fate voi? E quale animale hai scelto nell’ecosistema?”.
Sono tornata a casa con la voglia di reimmergermi in quel brulicare un po’ caotico, sicuramente complesso, ma pieno di energia.
Nel viaggio di ritorno Alberto racconta di domeniche passate a scrivere progetti insieme ad altre cooperative, di telefonate tra presidenti che si aiutano dentro le difficoltà quotidiane della burocrazia. Persone diverse che, come nella metafora della cattedrale, si tengono la mano per costruire qualcosa insieme.
So che questo entusiasmo forse si attenuerà nei giorni successivi, tra un cambio di turno, un problema organizzativo e la fatica quotidiana. Ma vorrei riuscire a conservarne una parte: la consapevolezza che il nostro lavoro, anche nelle piccole azioni, contribuisce a costruire comunità.
Tante piccole gocce nel mare. Tanti esseri diversi di un grande ecosistema.

